Pagine

giovedì 6 febbraio 2014

Uomo e Donna, il giorno e la notte

Non è forse un mistero l'amore umano?
Non è forse un mistero come un uomo e una donna, mondi così lontani, possano completarsi? Non è forse un fondersi e un distanziarsi?
Non è forse una di quelle cose più belle dell'universo proprio perché misteriosamente semplice?

(e non siamo forse noi uomini e donne, diversi come... il giorno e la notte?)




martedì 4 febbraio 2014

L'amore è urgente

Proponiamo un articolo dal sito cogitoetvolo.it:
L'amore è urgente

Sarà anche vero che oggi non ci si sposa più come prima, che sempre più giovani coppie preferiscono convivere – forse più per “paura” di fare passi definitivi che per altro – ma io, se mi dovessi basare sull’esperienza degli ultimi mesi, potrei quasi smentire queste statistiche e affermare che i giovani che hanno scelto con coraggio di formare una famiglia sono tanti.«Sai Rossella? Claudio mi ha chiesto di sposarci!». Sentire una collega con cui hai trascorso gli anni all’università che ti annuncia una tale notizia, fa un certo effetto, bellissimo, ovvio. Quando glielo ha chiesto non era ancora arrivata la certezza del lavoro, ma «noi abbiamo deciso di sposarci a prescindere da tutto, iniziamo questa avventura insieme senza avere certezze, anzi con l’unica certezza che ci unisce, che ci amiamo». Giusi e Claudio non sanno ancora dove andranno ad abitare, dipenderà da dove verrà trasferito Claudio che è un militare: «un pensiero in meno. Tutti in questi casi invece sono stressati dovendo pensare al fontaniere, ai muratori… noi avremo la casa bell’e pronta in affitto, ovunque capiterà».

Un po’ come hanno fatto, qualche anno fa, Marco e Lucia che – 26 anni lui e 21 lei – si sono lanciati in una magnifica avventura iniziata con un «sì, lo voglio», hanno caricato tutto quel che possedevano in una Fiat 126 e hanno cercato un posto, già arredato, dove abitare in affitto per qualche mese e poi… E poi negli ultimi quarant’anni di nuove avventure ne sono successe da quel giorno, sono arrivati i figli e anche i nipotini. Ci sarebbe da scrivere un romanzo, una Wedding Novel.

Oppure che dire di quella simpatica coppia della provincia di Como che, dopo 71 anni di matrimonio, hanno deciso di trasferirsi insieme in una casa di riposo, più innamorati di prima. Aldo e Carmela hanno tanto da insegnare sulla vita di coppia, fatta di alti e bassi, come del resto è fatta la vita in generale. Ma qual è il segreto? «Il segreto è la pazienza» svela la signora Carmela. O come non commuoversi con la storia di Fred Stobaugh che, a 96 anni, ha scritto una canzone d’amore per la sua Lorraine che ha commosso il web (il brano su youtube ‘Oh sweet Lorraine’ ).

Di storie d’amore e avventure di vita quotidiana in cui quel sì si rinnova ogni giorno ce ne sarebbero tante da raccontare, molto più vicine a noi. Vedere Carmelo e Marialicia insieme vien proprio la voglia di formare una famiglia e arrivare a quel 25° anniversario di Matrimonio che tra qualche mese festeggeranno; e se chiedi qual è il segreto per sembrare due fidanzati, mai stanchi l’uno dell’altro, Marialicia ti risponde: «Niente segreti, solo rinnovarsi e non dare niente per scontato». Un po’ come la storia di Beppe e Fanny, anche loro nostri amici con qualche decennio di esperienza in più di noi, ma con un amore che si evolve col tempo, restando sempre di una vitalità straordinaria, nonostante le liti che «ci stanno pure quelle, anche abbastanza accese! Solo che non si devono mai superare dei limiti invalicabili, non aspettare che sia l’altro a prendere l’iniziativa per fare pace e avere pazienza e comprensione prima di pretenderla e infine non fare durare il broncio per troppo tempo»; e poi ci stanno soprattutto i piccoli gesti «tipo bacio della buonanotte». Il segreto, insomma, è sempre quello.

Gli esempi dei “vecchi” che si sono sposati in condizioni molto più povere delle nostre e hanno scelto di amarsi ogni giorno – e non «finché dura l’amore» - sono tanti ed incoraggianti, ma ancor più incoraggianti e coraggiose sono le coppie di giovani – che sono più di quelle che si possa credere anche se più silenziose – che hanno deciso di “rischiare” e fare questo passo definitivo oggi.

Penso a Letizia e Luigi che hanno deciso di sposarsi agli inizi dell’estate passata, mentre lui aveva appena iniziato uno stage e lei da qualche mese un contratto a progetto. Poi ecco che a gennaio ha ricevuto la chiamata di assunzione a tempo determinato per un anno e tra qualche mese si sposano. «È una vera testimonianza intraprendere il proprio cammino pensato per due, nonostante la situazione precaria e le incertezze del futuro» – dice Letizia – «Anche tra le persone a noi più vicine c’è chi rimane eccessivamente prudente e con leggerezza suggerisce di aspettare».

Ma perché anteporre qualcosa alla gioia, perché aspettare? L’amore chiama, l’amore ha fretta.
«L’amore é urgente.» – scrive Alessandra sul suo blog, una nostra amica felicemente sposata con Francesco, ricercatore che si sposta per l’Europa con tutta la sua famiglia ad ogni nuovo contratto. Quando si sono sposati Alessandra aveva solo 19 anni (senza laurea dunque, ma si è laureata lo stesso due mesi fa con il bimbo piccolo in braccio) mentre Francesco aveva appena finito gli studi e aveva ottenuto un posto come ricercatore all’università per due anni; senza casa, senza un lavoro fisso, hanno deciso di “buttarsi” lo stesso.
«Dopo quasi otto anni di matrimonio non abbiamo ancora una casa, né un lavoro fisso. Di certezze però ne abbiamo sempre di più: il disordine sempre accompagnato da una lavatrice da stendere, la presenza accanto a me di mio marito, il nostro sí quotidiano nella gioia e nelle litigate, i nostri bellissimi figli con la loro monellaggine cronica, la provvidenza. Abbiamo cambiato quattro volte nazione e lingua, traslocato mille volte, ma non dimentichiamo la nostra meta, né ci ha abbandonato quella fretta.»

Ce ne sarebbero tante altre di storie altrettanto belle, ma queste sono tutto un altro articolo…
L’amore è urgente, e va raccontato.

venerdì 24 gennaio 2014

Proprio dove tu non vuoi andare, lì è la tua salvezza.


Video meliora proboque, deteriora sequor 

("Vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori") 
Ovidio

Petrarca, Canzoniere CCLXIV: E veggio 'l meglio et al peggior m'appiglio


Matteo Maria Boiardo,Orlando innamorato: Ch'io vedo il meglio ed al peggior m'appiglio 

Foscolo, Sonetti: Conosco il meglio ed al peggior mi appiglio.

San Paolo: "Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio." (Lettera ai Romani, VII, 18-19)


                MA ALLORA CE LO AVEVANO DETTO! 

Ce l'avevano detto che l'uomo ha delle inclinazioni che non lo conducono alla felicità! Era noto già a molti che non ci bastiamo da soli, che non siamo esseri di felice autodeterminazione, che non è detto che "faccio quello che mi sento" equivalga a "le mie scelte mi daranno felicità".

Il passo successivo allora è fidarsi di qualcuno che ti indichi  la strada da seguire. E se questo qualcuno diventa "Qualcuno", per esempio Dio, potrà mai Lui che ti ha creato non tener conto delle tue, chiamiamole così, inclinazioni? Non ti metterà forse dove sarai più felice, dove potrai crescere...

...non ti farà sposare? 

Non ti metterà in quel luogo, il matrimonio, dove dovrai forzatamente abbandonare le tue abitudini (compreso il famigerato tubetto del dentifricio), accettare i limiti del coniuge (ma soprattutto i tuoi), convivere con la consapevolezza continua di non poter più corteggiare un'altra persona, non poter più assecondare il "friccico ner core" che senti a primavera, ma soprattutto di non poter più scappare? 
Sì, Dio lo farà.
Ma non perché è un sadico castigatore che non vuole concedere la libertà alle sue creature...tutt'altro! Il Signore sa che quello è il luogo della tua felicità.

Vi aveva creati insieme, per farvi compagnia, e aiutarvi.




Qualcosa poi però è andato storto...


...ma Dio ti ama, dove vuoi che ti lasci, e soprattutto, solo???




p.s. ... ecco un modo giusto per dare alle farfalle una collocazione gastrica...






martedì 24 dicembre 2013

C'è una chiesetta, amor...



C'è una chiesetta, amor,
nascosta in mezzo ai fior,
dove m'hai dato un bacio a primavera
ricordi quella sera ancor?
T'aspetterò laggiù,
sotto le stelle d'or;
ti stringerò più forte sul mio cuore
e non ti lascerò mai più.
Si schiuderanno le rose,
mentre tu verrai da me.
Canterà il vento le cose
più belle per te ...
C'è una chiesetta, amor,
nascosta in mezzo ai fior,
t'aspetterò laggiù sotto le stelle
e non ti lascerò mai più.

Bimba t'ho sognato tanto;
credi, penso solo a te.
Presso la chiesetta
ora t'incontrerò
e con me per sempre
ti terrò.

C'è una chiesetta, amor,
nascosta in mezzo ai fior,
dove m'hai dato un bacio a primavera
ricordi quella sera ancor?
T'aspetterò laggiù,
sotto le stelle d'or;
ti stringerò più forte sul mio cuore
e non ti lascerò mai più.
Si schiuderanno le rose,
mentre tu verrai da me.
Canterà il vento le cose
più belle per te ...
C'è una chiesetta, amor,
nascosta in mezzo ai fior,
t'aspetterò laggiù sotto le stelle
e non ti lascerò mai più.

venerdì 13 dicembre 2013

Ti vedo dopo Messa (1965) - amore Sì!




Ti vedo dopo Messa
faremo quattro passi
così vedranno tutti chi sei
Gli amici finalmente
e tutta l'altra gente
andranno a dirlo subito ai tuoi

A casa tua verrò
- seriamente -
del nostro amor parlerò
- seriamente -
quello che ho detto farò 
io ti sposerò

Ti vedo dopo Messa 
ricorda la promessa
se tanto tanto bene mi vuoi
Tra un anno in questa chiesa
diventeremo sposi
per questo oggi prega per noi

Ciao entra prima di me
- ciao amore -
fa' come fossi con te
- ciao amore -
vai sorridente perché 
io ti sposerò
io ti sposerò

Fiori d'arancio...
amore sì...
Viaggio di nozze...
amore sì...
La nostra casa...
amore sì...

Amore sì...
Sì!

(Vittorio Inzaina)




giovedì 12 dicembre 2013

'a Rogna.

Come dicono a Roma, "Er più pulito c'ha la rogna".
Ora, essendo la rogna una malattia che proviene dallo scarso igiene, per usare un eufemismo, e colpendo prevalentemente gli animali randagi, possiamo immaginare come siano quelli che nel proverbio sono "meno puliti". Altro che rogna.
Un altro modo di dire capitolino, che si può usare in varie circostanze, è "portare rogna".
Più nello specifico, si porta rogna quando all'amico che ha parcheggiato sulle strisce blu senza esporre regolare tagliandino, si dice "qui passano spesso i vigili e fanno le multe" (sarebbe senso civico tirare fuori dalla tasca il nostro euro del carrello); si porta rogna quando al collega di studi che ci confessa prima di entrare in sede d'esame di non avercela fatta a studiare l'ultimo capitolo, si dice "chiede sempre quello" (invece di fargli, per spirito cameratistico, un breve riassunto da far vergognare il Signor Bignami).



La rogna, stando a quanto detto, non è una cosa bella.

Eppure, più mi guardo e mi guardo in giro, non c'è malattia più diffusa. In senso astratto, certo.

Siamo tutti un po' randagi, confessiamolo, e il nostro desiderio più grande è trovare una cuccia calda - o da scaldare, magari per qualcuno di speciale. Vorremmo tutti accocolarci, invece siamo spelacchiati vestiti con gli orrendi cappottini chitch che i padroni di turno ci fanno indossare - o almeno così crediamo.

I miei conoscenti per esempio (...parlare in prima persona non è mai carino...) sono rognosisissimi: una non vuole confessare a uno che l'ama e resta sull'"amarsi un po'", senza decidersi; un'altra si aspetta di essere amata e cerca di incastrare il suo uomo con giochetti verbali niente male, trascinandolo solo nella confusione; un'altro racconta a tutti le sue gesta gonfiandole come mongolfiere; un altro si consola con il lavoro, fuggendo dalle responsabilità della famiglia; altri ancora se la suonano e se la cantano fra loro, pensando che solo loro hanno ragione, solo loro sono i puri, solo loro hanno capito tutto (non sanno che così capiscono ancora meno).

E via dicendo, la rogna ce l'attacchiamo di continuo, tutti, ce la passiamo con una parola, con un'azione fatta male, con un gesto mancato, con un rancore serbato.

Ma guardiamoci bene e smettiamo di farci del male. Hanno inventato un sistema che la rogna la toglie definitivamente: si chiama Battesimo. 
Ma come? E allora come mai i battezzati spesso sono i più...rognosi?

Beh, perché per fortuna il Battesimo non piega la volontà e come si può far del bene, si può anche far del male.

Corriamo dal nostro Veterinario di fiducia, il confessore, inginocchiamoci, consegniamo la nostra rogna... ed usciremo ripuliti, con il pelo luminoso e scodinzolanti.




"Tante persone oggi non capiscono la dimensione ecclesiale del perdono, perché domina l`individualismo, il soggettivismo, e anche noi cristiani ne risentiamo. Certo, Dio perdona ogni peccatore pentito, personalmente, ma il cristiano è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa. Per noi cristiani c`è un dono in più, e c`è anche un impegno in più: passare umilmente attraverso il ministero ecclesiale"

Papa Francesco 20/11/2013


venerdì 22 novembre 2013

Se i giovani non dicono più "ti amo"

Prima la “scoperta” dei femminicidi. Poi quella della prostituzione minorile a Roma e non solo. Si è detto che sono patologie della nostra società.

Ma la fisiologia dei rapporti affettivi, ciò che oggi consideriamo la normalità, qual è? Siamo certi che sia sana e felice?

Mi ha colpito una lettera – rimasta senza risposta - di uno studente del primo anno di liceo classico, uscita su “Repubblica”. Era titolata: “Perché tra noi liceali non si usa più ‘ti amo!’ ”.




PAROLONI?




Lo studente, Marco D.G., scrive: “ho notato che le parole ‘ti amo’ stanno progressivamente scomparendo tra i giovanissimi: diverse persone le ritengono ‘paroloni’, fastidiosi, estranei, barocchi e patetici”.

Poi spiega che i suoi coetanei, i quali non usano più queste espressioni d’amore, lo fanno “per motivazioni molto tristi”.

Che lui riassume così: “l’amore, a questa età, non esiste, non è importante, non deve essere importante. Sarà qualcosa che verrà più tardi. Dopotutto, mi dice una mia cara amica a proposito delle sue vicissitudini, ‘se smetti di amare vuol dire che non hai amato’. Tutti ragionamenti in larga parte appoggiati e incentivati da parenti, più o meno stretti. Questo modo d’agire non vuol dire sminuire gli amori di quest’età? Non è sbagliato?”.

Può essere giusto il realismo di chi fa capire al figlio adolescente che la “cottarella” è solo una piccola scintilla dell’immenso mistero che è l’amore. Ma la lettera dello studente forse coglie anche un altro fenomeno: un cinismo diffuso.




RIDOTTI A CORPI




Dopo un’epoca che ha inflazionato la parola “amore”, applicandola assurdamente a una guerra dei sessi che ha lasciato e lascia a terra morti e feriti (non solo in senso metaforico), si è passati a un tale scetticismo che quasi esclude in partenza la “folle” possibilità di amare ed essere amati.

Così abbiamo una giovane generazione ipersessualizzata a cui è precluso l’amore vero e perfino l’uso della parola amore, mentre tutti gli usi del corpo sono permessi, anzi sono imposti come obbligo: alcune liceali intervistate da “Porta a porta”, lunedì, spiegavano come sia diventata una vergogna sociale essere ancora vergini a 16 anni.

Si vuole che sia una generazione di corpi senz’anima. E’ il prodotto della generazione del ’68 e della sua unica, vera rivoluzione: la rivoluzione sessuale (che poi è il vertice del consumismo contro cui, a parole, si battevano).

E questo è l’esito: il panorama di rovine che abbiamo davanti, un colossale discount planetario del sesso che ha l’aspetto di un campo di battaglia cosparso di feriti, di schiavi e di schiave.




LIBERTA’ O DEVASTAZIONE?




La famosa “liberazione sessuale” aveva promesso la felicità. Ma quella che vediamo è una società ammalata, infelice e violenta. E che non sa più cos’è l’amore. Tanto che consiglia di “rassegnarsi” già a 17 anni.

Si avvera la “profezia” di Max Horkeimer, il fondatore della Scuola di Francoforte, che, pur provenendo dal marxismo, dette ragione all’Humanae vitae di Paolo VI sostenendo che “la pillola”, cioè la trasformazione della sessualità in consumo di corpi sempre disponibili, come una merce di supermercato, sarebbe stata “la morte dell’amore” e quindi dell’eros, trasformando Romeo e Giulietta “in un pezzo da museo”.

Questa devastazione sta davanti agli occhi di tutti. Mi ha colpito, ad esempio, ciò che, qualche settimana fa, ha scritto Piero Ottone nella rubrica che tiene sul “Venerdì di Repubblica”.

Ottone, come si sa, dopo il licenziamento di Spadolini, nel 1972, diventò direttore del “Corriere della sera” per portare clamorosamente a sinistra, in sintonia con la ventata rivoluzionaria, l’antico giornale della borghesia liberale (è appunto per questo che Indro Montanelli si sentì costretto ad andarsene e a fondare “Il Giornale”).

Ebbene, Ottone, da distaccato osservatore, qualche settimana fa ha scritto: “nel giro di mezzo secolo, il costume sessuale è cambiato in modo sensazionale (…). Libertà sessuale, un segno di progresso, dunque?”.

Il suo giudizio è opposto: “si può vedere nella libertà oggi imperante (…) il segno della graduale disintegrazione della civiltà… L’abolizione delle regole, il ritorno alla licenza assoluta è un nuovo segno di declino”.

Questa è oggi la sua pesante sentenza: “disintegrazione della società”, “declino”. Ma non avevano promesso – con l’abbattimento dei tabù – il paradiso in terra?

Eppure già allora qualcuno l’aveva predetto e continua a ripeterlo. Ma oggi come ieri si prende gli sberleffi e gli anatemi di quel “progressismo adolescenziale” che – come dice papa Francesco – è al servizio del “pensiero unico”.

Però non basta lamentare l’oscurità dei tempi. Io voglio qui testimoniare – soprattutto pensando allo studente di cui ho citato la lettera all’inizio – che, nonostante tutto, ci sono luoghi dove il grande abbraccio dell’amore vero fra uomo e donna si insegna, si scopre e si vive.




GIUSSANI SULL’AMORE




Mi ha colpito, durante una presentazione del mio libro “Lettera a mi figlia”, ascoltare un giovane sacerdote, don Andrea Marinzi, che paragonava la mia primogenita e la vicenda che sta vivendo da quattro anni, alla figura della Maddalena quando, nel Vangelo, per il suo Gesù, ruppe il vasetto d’alabastro contenente un preziosissimo olio profumato per ungere i capelli del Maestro, tanto amato, “e tutta la casa si riempì di quel profumo”.

Don Andrea attribuiva a don Giussani questa immagine e l’altroieri ho trovato proprio questa sua pagina nella biografia che gli ha dedicato Alberto Savorana. E’ la cosa più bella – secondo me – che sia mai stata scritta sull’amore umano.

A quel tempo, attorno al 1952, Giussani era un giovane prete che non aveva ancora iniziato la storia di CL, ma – confessando in una parrocchia di Milano – attirava l’interesse di molti studenti.

Lui restava però colpito dalla superficialità dei loro legami affettivi senza nostalgia, da quel passare da una ragazza all’altra inseguendo soltanto un piccolo piacere effimero. E non la donna amata, non l’amore della vita.

Per questo annota in un suo appunto che così:

“il senso della vita si ottunde e il cerchio resta chiuso, freddo, attorno a noi: egoismo. Non si cerca più la persona per la quale sola l’anima si spacca e si apre: si dona. Si sacrifica… La Maddalena spaccò il vaso di alabastro: ‘sciupò’ il profumo, lo donò. Ogni dono è perdita. Amare veramente una persona appare come uno sciupare: se stessi, energie, tempo, calcolo, tornaconto, gusti. Gli altri, al gesto della Maddalena, scrollarono il capo: ‘pazza! Senza criterio! Senza interesse!’. Ma in quella sala solo lei ‘viveva’, perché solo amare è vivere (…). Quell’aprirsi ad altri: agli altri, a tutti gli altri – attraverso la scorza rotta del proprio io, solitamente c’è un viso che ha funzione di spaccare la corteccia del nostro egoismo, di tenere aperta questa meravigliosa ferita, quel viso è il suscitatore e lo stimolatore del nostro amore; il nostro spirito si sente fiorire di generosità al suo contatto, ed attraverso a quel viso si dona, a fiotti, agli altri, a tutti gli altri, all’universo”.

Si può pensare che sia utopistico ciò che scrive Giussani, si può ritenere che nessuno sia capace di amare così, ma non si può negare che tutti, proprio tutti, nel profondo del cuore desiderano essere amati così.

E che questo miracolo sia possibile lo fa intuire la conclusione di Giussani, facendo intravedere Gesù Cristo:

“quel viso è il riverbero umano di Lui. Se quel viso è lontano, la sua nostalgia, oh, non intorpidisce l’attività. La vera nostalgia di lui è la più dinamica malia, è il più potente richiamo alle energie perché compiamo il nostro dovere così da renderci più degni di chi amiamo. Soffrire per Ciò”.

Questi sono i maestri di umanità di cui abbiamo bisogno, noi, i feriti di questo campo di battaglia che è la modernità.

Giussani, papa Francesco, uomini che ci affascinano mostrando cosa sono l’amore, il perdono e la grandezza dell’essere uomini e donne. E’ così che ci sorprende la gioia. Quella autentica.




Antonio Socci












Da “Libero”, 22 novembre 2013

www.antoniosocci.com