... Il tema di questa Settimana Sociale è “La famiglia, speranza e futuro per la società italiana”. Esprimo tutto il mio apprezzamento per questa scelta, e per aver associato alla famiglia l’idea di speranza e di futuro. E’ proprio così! Ma per la comunità cristiana la famiglia è ben più che “tema”: è vita, è tessuto quotidiano, è cammino di generazioni che si trasmettono la fede insieme con l’amore e con i valori morali fondamentali, è solidarietà concreta, fatica, pazienza, e anche progetto, speranza, futuro. Tutto questo, che la comunità cristiana vive nella luce della fede, della speranza e della carità, non è mai tenuto per sé, ma diventa ogni giorno lievito nella pasta dell’intera società, per il suo maggior bene comune (cfr ibid., 47).
Speranza e futuro presuppongono memoria. La memoria dei nostri anziani è il sostegno per andare avanti nel cammino. Il futuro della società, e in concreto della società italiana, è radicato negli anziani e nei giovani: questi, perché hanno la forza e l’età per portare avanti la storia; quelli, perché sono la memoria viva. Un popolo che non si prende cura degli anziani e dei bambini e dei giovani non ha futuro, perché maltratta la memoria e la promessa.
In tale prospettiva si colloca questa 47ª Settimana Sociale, con il documento preparatorio che l’ha preceduta. Essa intende offrire una testimonianza e proporre una riflessione, un discernimento, senza pregiudizi, il più possibile aperto, attento alle scienze umane e sociali. Anzitutto come Chiesa offriamo una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità. In questa realtà, inoltre, riconosciamo un bene per tutti, la prima società naturale, come recepito anche nella Costituzione della Repubblica Italiana. Infine, vogliamo riaffermare che la famiglia così intesa rimane il primo e principale soggetto costruttore della società e di un’economia a misura d’uomo, e come tale merita di essere fattivamente sostenuta. Le conseguenze, positive o negative, delle scelte di carattere culturale, anzitutto, e politico riguardanti la famiglia toccano i diversi ambiti della vita di una società e di un Paese: dal problema demografico – che è grave per tutto il continente europeo e in modo particolare per l’Italia – alle altre questioni relative al lavoro e all’economia in generale, alla crescita dei figli, fino a quelle che riguardano la stessa visione antropologica che è alla base della nostra civiltà (cfr Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 44).
Queste riflessioni non interessano solamente i credenti ma tutte le persone di buona volontà, tutti coloro che hanno a cuore il bene comune del Paese, proprio come avviene per i problemi dell’ecologia ambientale, che può molto aiutare a comprendere quelli dell’“ecologia umana” (cfr Id, Discorso al Bundestag, Berlino, 22 settembre 2011). La famiglia è scuola privilegiata di generosità, di condivisione, di responsabilità, scuola che educa a superare una certa mentalità individualistica che si è fatta strada nelle nostre società. Sostenere e promuovere le famiglie, valorizzandone il ruolo fondamentale e centrale, è operare per uno sviluppo equo e solidale.
Non possiamo ignorare la sofferenza di tante famiglie, dovuta alla mancanza di lavoro, al problema della casa, alla impossibilità pratica di attuare liberamente le proprie scelte educative; la sofferenza dovuta anche ai conflitti interni alle famiglie stesse, ai fallimenti dell’esperienza coniugale e familiare, alla violenza che purtroppo si annida e fa danni anche all’interno delle nostre case. A tutti dobbiamo e vogliamo essere particolarmente vicini, con rispetto e con vero senso di fraternità e di solidarietà. Vogliamo però soprattutto ricordare la testimonianza semplice, ma bella e coraggiosa di tantissime famiglie, che vivono l’esperienza del matrimonio e dell’essere genitori con gioia, illuminati e sostenuti dalla grazia del Signore, senza paura di affrontare anche i momenti della croce che, vissuta in unione con quella del Signore, non impedisce il cammino dell’amore, ma anzi può renderlo più forte e più completo.
Possa questa Settimana Sociale contribuire in modo efficace a mettere in evidenza il legame che unisce il bene comune alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, al di là di pregiudizi e ideologie. Si tratta di un debito di speranza che tutti hanno nei confronti del Paese, in modo particolare dei giovani, ai quali occorre offrire speranza per il futuro. A Lei, caro Fratello, e alla grande assemblea della Settimana Sociale di Torino assicuro il mio ricordo nella preghiera e, mentre chiedo di pregare anche per me e per il mio servizio alla Chiesa, invio di cuore la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 11 settembre 2013
FRANCESCO
giovedì 12 settembre 2013
martedì 10 settembre 2013
Amare Dio più del coniuge
Pubblichiamo un articolo dal blog di Costanza Miriano "Sposati e sii sottomessa" per dare spazio a una donna bellissima: Chiara Corbella Petrillo. Per chi non la conoscesse, questo è il sito su di lei: buona conoscenza!http://www.chiaracorbellapetrillo.it/
Più ancora della tenacia con cui la mamma si è curata ed ha affrontato il dolore, nel primo anno del bambino. Più del racconto della morte accolta col sorriso, e della forza con cui il marito va avanti da solo, amando il loro bambino senza perdere la fede.
di Costanza Miriano
Sebbene, si sa, una mamma non vada mai in ferie, e anzi, di solito abbia bisogno di una vacanza, dopo, per riprendersi dalla vacanza, può anche capitare di trovare qualche minuto per leggere. Se poi il libro è la storia di Chiara Corbella Petrillo,Siamo nati e non moriremo più, i minuti volano uno dopo l’altro, e può capitare di passare la notte in bianco (di giorno non si può, i castelli di sabbia hanno le loro urgenze), avvinti dalla storia di questa donna meravigliosa, e del suo coraggioso marito. I loro amici, Simone Troisi e Cristiana Paccini raccontano la storia di Chiara – Credere ne ha già parlato – semplicemente raccogliendo, proprio come fecero i primi testimoni di Gesù, quello che hanno visto e vissuto e toccato con mano.
C’è qualcosa che mi ha colpita più ancora dell’incredibile avventura di due genitori che accolgono due figli malati, uno dopo l’altro, e li accompagnano con amore nelle loro poche ore di vita. Più ancora della ferma decisione di non danneggiare il terzo bambino, sano, che Chiara si trova in pancia quando scopre di avere un tumore.
Più di tutto, in questo libro prezioso, mi ha colpito il racconto del tormentato fidanzamento, quando i due ragazzi superano le difficoltà che fino ad allora li hanno fatti litigare e prendersi e lasciarsi, e le superano comprendendo la cosa più importante di tutte: “Se riconosci – dice Enrico – che solo in Dio puoi amare, devi amare Dio più di tua moglie, più di tuo marito. Se cerchi la consolazione nell’amore di una persona che ti sta vicino, stai prendendo una strada sbagliata. Perché la consolazione te la deve dare solo il Signore.” Arrivare a capire una cosa così grande, e prima ancora di sposarsi! Che meraviglia! Non mi stupisce allora che il Signore li abbia scelti, Chiara ed Enrico, per essere un segno profetico del vero matrimonio cristiano. Qualcosa che fa impallidire l’amore romantico e tutto emotivo, spontaneo e impalpabile che va per la maggiore oggi.
fonte: Credere
venerdì 6 settembre 2013
NO alla guerra in Siria
Questo post apparentemente esula dall'argomento el blog. Ma leggete, non è così.
Si fa sensibilizzazione dell'opinione pubblica circa lo sfruttamento degli animali per i test dei cosmetici, la scomparsa di alcune specie protette, la raccolta differenziata, la riduzione dell'inquinamento con l'uso dei mezzi pubblici, le diete per prevenire le malattie.
Le rubriche dei Tg grondano di battaglie animaliste, salutiste e altre informazioni. Ma di quelle persone che sono costrette a rifugiarsi in tende perché a casa loro (se ce l'hanno sempre) la situazione è insostenibile, quanto se ne parla? Adesso i riflettori si stanno accendendo sulla Siria. Ma quante guerre, quanti rifugiati, quanti profughi, quanti orfani ci sono?
Inoltre si dovrebbe finirla di guardare all'America come fonte di ispirazione. Veniamo da una cultura antica fondata sul diritto, con radici cristiane e quindi di accoglienza, di sguardo puntato sul Bene comune; abbiamo un Papa che sta lavorando in modo diplomatico, per evitare il ragionamento perverso secondo il quale per "punire" chi ha fatto 3000 morti se ne debbano fare almeno il doppio. Non è quella la via da perseguire, non è quella la nostra natura.
Dobbiamo RIFONDARE la nostra cultura e il nostro modo di intendere la politica su altri valori, non più sul gas, sul petrolio, sul guadagno, sullo sfruttamento dell'altro.
Qual è allora la cellula che può far ripartire questo motore rotto? La FAMIGLIA.
La persona sperimenta l'appartenenza a una comunità familiare che lo accoglie e lo ama; le famiglie sperimentino l'appartenenza a una comunità sociale che le accoglie e le ama; la comunità sociale si sente parte di uno Stato che accoglie e ama le diverse comunità da cui è costituito... e così via, senza che NESSUNO sia SOLO e possa dare spazio a quel mostro che si chiama PECCATO e che si vuole nutrire delle nostre azioni.
Perdono, Misericordia: sono parole che il Papa ripete spesso - e che la Chiesa da duemila anni fa echeggiare nelle chiese e nel mondo. CONVERSIONE è quello per cui dobbiamo pregare, specialmente domani insieme al Papa.
Perché la guerra è un mostro che non deve esistere. Più.
Il campo profughi di Yayladagi, in Turchia, al confine con la Siria. (Gregorio Borgia, Ap/Lapresse)
Potete seguire i fatti su www.internazionale.it e su http://www.osservatoreromano.va
Si fa sensibilizzazione dell'opinione pubblica circa lo sfruttamento degli animali per i test dei cosmetici, la scomparsa di alcune specie protette, la raccolta differenziata, la riduzione dell'inquinamento con l'uso dei mezzi pubblici, le diete per prevenire le malattie.
Le rubriche dei Tg grondano di battaglie animaliste, salutiste e altre informazioni. Ma di quelle persone che sono costrette a rifugiarsi in tende perché a casa loro (se ce l'hanno sempre) la situazione è insostenibile, quanto se ne parla? Adesso i riflettori si stanno accendendo sulla Siria. Ma quante guerre, quanti rifugiati, quanti profughi, quanti orfani ci sono?
Inoltre si dovrebbe finirla di guardare all'America come fonte di ispirazione. Veniamo da una cultura antica fondata sul diritto, con radici cristiane e quindi di accoglienza, di sguardo puntato sul Bene comune; abbiamo un Papa che sta lavorando in modo diplomatico, per evitare il ragionamento perverso secondo il quale per "punire" chi ha fatto 3000 morti se ne debbano fare almeno il doppio. Non è quella la via da perseguire, non è quella la nostra natura.
Dobbiamo RIFONDARE la nostra cultura e il nostro modo di intendere la politica su altri valori, non più sul gas, sul petrolio, sul guadagno, sullo sfruttamento dell'altro.
Qual è allora la cellula che può far ripartire questo motore rotto? La FAMIGLIA.
La persona sperimenta l'appartenenza a una comunità familiare che lo accoglie e lo ama; le famiglie sperimentino l'appartenenza a una comunità sociale che le accoglie e le ama; la comunità sociale si sente parte di uno Stato che accoglie e ama le diverse comunità da cui è costituito... e così via, senza che NESSUNO sia SOLO e possa dare spazio a quel mostro che si chiama PECCATO e che si vuole nutrire delle nostre azioni.
Perdono, Misericordia: sono parole che il Papa ripete spesso - e che la Chiesa da duemila anni fa echeggiare nelle chiese e nel mondo. CONVERSIONE è quello per cui dobbiamo pregare, specialmente domani insieme al Papa.
Perché la guerra è un mostro che non deve esistere. Più.
Il campo profughi di Yayladagi, in Turchia, al confine con la Siria. (Gregorio Borgia, Ap/Lapresse)
Potete seguire i fatti su www.internazionale.it e su http://www.osservatoreromano.va
venerdì 30 agosto 2013
Vorrestiforsedirmiche...? - del matrimonio in Comune
Chi non ha tra i suoi amici/conoscenti/parenti il Mortodifame?
Non so come lo chiamate voi, ma ve lo descrivo:
Età: 16-80 anni
Stato civile: qualsiasi, basta che non leghi troppo. Insomma, uno stato civile senza impegno.
Statura: 1.70-2.00 mt
Peso: non più di 70 kg
Capello: curatissimo, generalmente liscio
Carnagione: lampadata o arrostita a puntino
Abbigliamento: (in estate) pantaloncini colorati, infradito, camicia senza i primi tre bottoni arrotolata sui gomiti e fuori dai pantaloni; (in inverno) maglione di lana, pantalone, hogan.
Segni particolari: 15/10 di vista.
Il Mortodifame ha la particolarità di notare tutte le donne in circolazione, le donne belle, indicandone le doti fisiche con esclamazioni colorite (generalmente in dialetto).
Con il suddetto mi sono trovata a passeggiare in centro a Roma. Voglio dire, di bellezze ce n'è da vedere, o no?
"Sì - risponderebbe il tipo in questione - è pieno di turiste".
A quel punto, io, che prendo sul serio perfino gli imprevisti del Monopoli, incito a provarci con ognuna: perché, se quella donna ti colpisce così tanto non la fermi? Perché non chiadi il numero a tutte, perché non soddisfi la tua fame? Magari a pancia piena lo noti il Colosseo e non lo consideri solo lo sfondo delle foto delle americane in shorts.
Ma al mio invito, il Mortodifame mi ha risposto "No, con quella no, forse è sposata".
Io faccio la spigliata, cerco di mettermi nei suoi panni, e affermo: "Va beh, ma se è sposata in Comune..."
L'avessi mai detto.
"Quindi vorresti forse dirmi che il Matrimonio civile ha meno dignità di quello religioso?"
Alché mi sono trovata a un bell'incrocio: quale strada prendere?
1) boccaccia mia taci
2) spiegare la sostanziale differenza tra le due forme di Matrimonio
3) scusarsi per essersi espressa con tanta leggerezza
Ho scelto la terza strada (scusarsi mette sempre tutti d'accordo) e ho puntualizzato che no, non credo sia una questione di dignità, ma visto che l'occhio non si frena di fronte a nulla, se proprio si deve ottenere tutto quello che si vuole anche a costo di invadere il campo altrui, se proprio si deve rompere qualcosa, tantovale rompere un legame che nasce di per sé come "rompibile".
Ebbene sì, sono una folle, lo so, una scriteriata. Ma credo che la sottile differenza (sottile come una corda di quelle che legano le navi) stia nell'indissolubilità. Sposarsi in Chiesa vuol dire: "mi lego a te e nulla ci permetterà di andarcene". Sposarsi in Comune vuol dire "Mi lego a te e per quanto speri di restare per sempre con te non c'è niente che ci impedirà di buttare tutto all'aria, se non la nostra volontà". Beh, si sa che a chi sceglie la forma del Sacramento "piace vincere facile".
Non dico che una forma abbia più dignità dell'altra: dico che una si può rompere, l'altra no. Ho detto forse qualcosa di folle?
Beh, il Mortodifame mi ha guardata con gli occhi di fuori. Forse era meglio "boccaccia mia taci"!
Non so come lo chiamate voi, ma ve lo descrivo:
Età: 16-80 anni
Stato civile: qualsiasi, basta che non leghi troppo. Insomma, uno stato civile senza impegno.
Statura: 1.70-2.00 mt
Peso: non più di 70 kg
Capello: curatissimo, generalmente liscio
Carnagione: lampadata o arrostita a puntino
Abbigliamento: (in estate) pantaloncini colorati, infradito, camicia senza i primi tre bottoni arrotolata sui gomiti e fuori dai pantaloni; (in inverno) maglione di lana, pantalone, hogan.
Segni particolari: 15/10 di vista.
Il Mortodifame ha la particolarità di notare tutte le donne in circolazione, le donne belle, indicandone le doti fisiche con esclamazioni colorite (generalmente in dialetto).
Con il suddetto mi sono trovata a passeggiare in centro a Roma. Voglio dire, di bellezze ce n'è da vedere, o no?
"Sì - risponderebbe il tipo in questione - è pieno di turiste".
A quel punto, io, che prendo sul serio perfino gli imprevisti del Monopoli, incito a provarci con ognuna: perché, se quella donna ti colpisce così tanto non la fermi? Perché non chiadi il numero a tutte, perché non soddisfi la tua fame? Magari a pancia piena lo noti il Colosseo e non lo consideri solo lo sfondo delle foto delle americane in shorts.
Ma al mio invito, il Mortodifame mi ha risposto "No, con quella no, forse è sposata".
Io faccio la spigliata, cerco di mettermi nei suoi panni, e affermo: "Va beh, ma se è sposata in Comune..."
L'avessi mai detto.
"Quindi vorresti forse dirmi che il Matrimonio civile ha meno dignità di quello religioso?"
Alché mi sono trovata a un bell'incrocio: quale strada prendere?
1) boccaccia mia taci
2) spiegare la sostanziale differenza tra le due forme di Matrimonio
3) scusarsi per essersi espressa con tanta leggerezza
Ho scelto la terza strada (scusarsi mette sempre tutti d'accordo) e ho puntualizzato che no, non credo sia una questione di dignità, ma visto che l'occhio non si frena di fronte a nulla, se proprio si deve ottenere tutto quello che si vuole anche a costo di invadere il campo altrui, se proprio si deve rompere qualcosa, tantovale rompere un legame che nasce di per sé come "rompibile".
Ebbene sì, sono una folle, lo so, una scriteriata. Ma credo che la sottile differenza (sottile come una corda di quelle che legano le navi) stia nell'indissolubilità. Sposarsi in Chiesa vuol dire: "mi lego a te e nulla ci permetterà di andarcene". Sposarsi in Comune vuol dire "Mi lego a te e per quanto speri di restare per sempre con te non c'è niente che ci impedirà di buttare tutto all'aria, se non la nostra volontà". Beh, si sa che a chi sceglie la forma del Sacramento "piace vincere facile".
Non dico che una forma abbia più dignità dell'altra: dico che una si può rompere, l'altra no. Ho detto forse qualcosa di folle?
Beh, il Mortodifame mi ha guardata con gli occhi di fuori. Forse era meglio "boccaccia mia taci"!
domenica 18 agosto 2013
Perfettissimo!
A un adulto venne chiesto se ricordasse in quale giorno avesse iniziato a soffrire. Lui prese a raccontare:Il giorno in cui inizi a non chiederti la perfezione, inizi a non chiederla nemmeno agli altri. Allora puoi iniziare a sperare di innamorarti, ad aprirti. A credere in Dio, forse, perché capisci che nemmeno Lui, anzi, tantomeno Lui ti chiede la perfezione. Spesso commettiamo errori perché sbagliamo obiettivo: se l'obiettivo della nostra vita è AMARE, perdono di importanza tante e tante cose: perde di importanza l'ultima parola, perdono di importanza le proprie abitudini, perdono di importanza le comodità e soprattutto non esistono più questioni di principio: esiste l'altro: unico perché imperfetto, perfetto perché inimitabilmente sé.
“Il primo giorno di scuola la maestra chiese a tutti di riempire per il giorno dopo una pagina di cerchietti. Io arrivai a casa, mangiai e poi felicissimo corsi sul quaderno, desideroso di iniziare la lezione: volevo fare i cerchietti più belli della classe! Feci il primo e poi lo cancellai perché non era venuto bene, lo rifeci ma anche quello non mi soddisfaceva, così il terzo, e il quarto: tutti cancellati. La sera dovettero togliermi dal tavolo a forza perché io continuavo a fare il primo cerchietto e cancellarlo.”
Il giorno in cui ti chiedi la perfezione inizi a soffrire.
Perché fai a botte con la realtà? Perché vuoi essere vincente.
Ma se vuoi amare, vai benissimo così.
La perfezione chiedila solo all'Amore, anzi, a Dio: "Rendimi, Signore, perfetto nell'amore, nel tuo Amore!".
- Tu invece ti svegli la mattina e ti odi, perché non sei quello che vorresti (o che credi che gli altri vorrebbero).
- Ma se Gesù ha vinto il mondo con la debolezza, perché devi aver paura della tua?
sabato 17 agosto 2013
"un’anima sembra la cosa più antimoderna che possa esistere"
"Appena nacque nostro figlio, venne a trovarci in ospedale un carissimo amico, mio e di mia moglie, un vecchio sacerdote che qualche anno prima ci aveva sposati: padre Bruno. Non seppe resistere alla tentazione, e come tutti gli anziani che si trovano davanti a un neonato, cominciò a sorridergli e a scherzare con la voce, prima in falsetto, poi con un timbro baritonale, infine, imitando una papera, cercò di attirare l’attenzione di quell’esserino che aveva solo qualche ora di vita. Tentò anche di improvvisare il balletto dell’orso Baloo, ma dopo un accenno di tip-tap deve essersi detto che per un anziano sacerdote di 82 anni, che solitamente impiegava la sua voce per tenere le omelie, per condurre cineforum, moderare conferenze e dirigere un centro culturale (quella era la sua molteplice attività), forse il tip-tap in una stanza di ospedale era un poco eccessivo. Ci guardò, guardò nostro figlio, poi disse: «Bene, avete fatto un corpo, ora dovrete farne un’anima!». Salutandoci sorrise e uscì dalla stanza. Guardandolo andare via mi sembrava che ballasse il tip-tap e che nemmeno Gene Kelly avesse la sua leggerezza.
Che cosa voleva dire «farne un’anima»? Io e mia moglie ci scambiammo uno sguardo interrogativo. I nove meravigliosi mesi di laboriosa gravidanza, e tutte quelle ore faticose del parto, l’avevano sfinita: umanamente non le si poteva chiedere nessuno sforzo in più in quel momento, anche perché quei 3 kg e 750 gr di esserino ai nostri occhi erano bellissimi e, benché le dimensioni prefigurassero un avvenire da brevilineo, eravamo convinti che non mancassero di nulla. Mi turbava l’idea dell’anima, mi ripromisi di dare un’occhiata su Wikipedia per saperne di più; in quel momento entrò il medico per accertarsi delle condizioni di mamma e figlio, e mentre annotava qualche dato sulla cartella clinica gli chiesi dopo quanti giorni si sarebbe manifestata l’anima, se prima o dopo i denti da latte, e se ce ne saremmo accorti da qualche prodromo tipo febbre o colichette. Lui prima mi fece sedere, mi auscultò il polso, mi obbligò a inghiottire una pastiglia e infine disse: «Deve essere stata un’esperienza un po’ scioccante per lei assistere al parto, chissà da quante ore non riposa, e poi tenere fra le braccia il proprio figlio! Lo mandiamo a casa a dormire, questo papà?».
In effetti prendere fra le braccia il proprio figlio era stata un’esperienza terrorizzante, come salire dietro ad Alonso sulla sua Ferrari mentre sta disputando il Gp del Nürburgring. Mi era sembrato di avere avuto in braccio la cosa più fragile dell’universo, più fragile di una flûte di cristallo, di quelle che si rompono sempre quando le metti in lavastoviglie; altro che un figlio, mi sembrava che stessi cullando una bomba atomica: non mi muovevo, non respiravo, non contraevo un muscolo. In genere si riesce a resistere in quelle condizioni non più di un minuto e quaranta secondi, e quando l’infermiera te lo toglie dalle mani facendolo roteare come un giocoliere tu speri di riabbracciare tuo figlio il giorno in cui si laureerà.
Farne un’anima? Dopo la prima ecografia che ci rivelò essere un maschietto, ricordo che fantasticai di farne un’avvocato, un architetto, un laureato in scienze economiche; un vincitore del Pallone d’oro con la maglia dell’Inter, tutt’al più un campione di tennis, uno skipper, un produttore di vini nel Salento, uno chef da 3 stelle Michelin! Farne un anima!? Avrà senso nell’era della potenza tecnologica più dispiegata ? Cosa te ne fai di un’anima quando tra non molto potrai prenotare via Internet un drone telecomandato che te lo mandano a casa e ti stira le camicie e ti svuota la lavastoviglie? Poi torni a casa la sera e trovi il drone ridotto a ferraglia perché la tua colf lo aveva scambiato per un ladro e preso a bastonate.
Me lo immagino il confronto con gli altri genitori: «Mio figlio ha conseguito la maturità con il massimo dei voti al Liceo San Carlo, ha il diploma di miglior centrocampista offensivo conseguito quest’estate in uno stage a Rio de Janeiro, parla inglese fluently grazie alla permanenza bimestrale nel college Nathaniel Winkle di Brixton nella contea di Hampstead, e come hobby progetta applicazioni per iPad. E suo figlio?». «Stiamo cercando di fargli conseguire un’anima...». «...ma cos’è? Un liceo sperimentale, o frequenta una comunità di recupero per tossicodipendenti?».
E poi, un’anima come la si crea? Quanto incide una corretta alimentazione nel contribuire al progetto? E nel caso, sarebbe meglio una dieta iperproteica o senza glutine, oppure povera di sodio? E gli amminoacidi ramificati, la carnetina, oltre ad aumentare la massa muscolare, potrebbero far lievitare l’anima? L’anima è più sviluppata nei vegetariani o negli obesi? E quale attività sportiva predilige un’anima? Una disciplina aerobica o anaerobica? Mi spiego: è più adatta per un’anima la maratona o il curling? oppure sarebbe meglio lo sci da discesa con attrezzi curving o lo snorkeling con pinne lunghe? E poi che giochi si regalano a un bambino per agevolare il processo: pistole, frecce, Gameboy o il puzzle del Libro tibetano dei morti? Ma soprattutto, a cosa serve un’anima? Nessuno più te la chiede; quando ti fermano i carabinieri si accontentano di patente e libretto; se acquisti su Internet, bastano carta di credito e mail e il resto del mondo pretende e desidera solo account e password! A pensarci bene, un’anima sembra la cosa più antimoderna che possa esistere, più antica del treno a vapore, più vecchia del televisore a tubo catodico, più démodé delle pattine da mettere in un salotto con la cera al pavimento; lontana come una foto in bianco e nero, bizzarra come un ventaglio, eccentrica come uno smoking e inutile come un papillon.
Telefonai a padre Bruno e chiesi: «Ma come si fa a fare un’anima?». E lui rispose: «Cominci con il ringraziare». «Chi?», domandai. «Il Padreterno che le ha donato un figlio e questa cose meravigliose che sono il mondo e la vita». «E se non ci credessi, se fosse tutto un caso?». «E lei ringrazi il caso, che non ha faticato meno del Padreterno, benedica la circostanza, ma non si dimentichi mai di ringraziare». E poi aggiunse: «La seconda qualità dell’anima è la gentilezza, sia sempre gentile con tutti». «Anche con quelli sgarbati? Anche con quelli che ti fanno domande importune?». «Sì, sia sempre gentile e chieda: perché vuole saper proprio questa cosa? Vedrà che cambierà domanda o starà in silenzio».
Padre Bruno mi congedò perché era affaticato, mentre io avrei avuto altre cento domande da fargli a proposito dell’anima. «Le prometto che verrò a visitarla in sogno». Sorrisi della sua affermazione e dissi: «Ma non si disturbi, vengo io a trovarla in sagrestia». La notte stessa ci lasciò perché, come lui amava dire, era arrivato il giorno dell’appuntamento con la Persona più importante.
Un giorno ero assorto nei miei pensieri, quando un tizio in maniera assolutamente sgarbata mi rivolse la seguente domanda: «Perché ha parcheggiato la macchina in seconda fila?». Io misi in pratica il consiglio di padre Bruno e gentilmente chiesi: «Perché vuole farmi proprio questa domanda?».
E lui: «Perché sono un vigile e questa è la sua bella contravvenzione, e mi ringrazi che oggi sono di buon umore, altrimenti gliela facevo rimuovere la sua bella macchinetta, ha capito?».
Ho ringraziato gentilmente. Ma poi guardando meglio mi accorsi che il vigile rideva, ma non solo era padre Bruno travestito. Lo stavo sognando! Mi abbracciò e chiese: «Allora come se la sta cavando con l’anima?». «Mi applico ma non ci capisco niente. Ma, padre Bruno, l’anima è una cosa che esiste solo nelle canzoni, quasi sempre in inglese...». «Si ricordi un’altra cosa: l’uomo supera infinitamente se stesso». E svanì come nella nebbia, anzi comein un sogno.
Al risveglio mi accolse il sorriso di mia moglie, e dopo essermi stiracchiato come un gatto le dissi: «Lo sai, amore, oggi sento che posso infinitamente superare me stesso». E lei rispose: «Come te la tiri!». Mi sa che ci vuole pratica per fare un’anima!"
Giacomo Poretti, La Stampa, 15/4/2012
Per la famiglia!
Voi famiglie siete comunione, comunione delle persone,
come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Siete comunione delle persone, siete unità.
Siete unità e non potete non essere unità.
Se non siete unità non siete comunione;
se siete invece comunione, siete unità.
Il sacramento del Matrimonio, la famiglia,
cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza.
Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo.
Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita,
e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona,
ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia
- comunione di persone -
per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi,
le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica . . .
Tutto questo è per la famiglia.
Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti
che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia.
Giovanni Paolo II, Omelia a Porto San Giorgio, 30 dicembre 1988
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